L’ordito della meraviglia: perché la bellezza è l’unica vera resistenza al caos

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C’è una tentazione strisciante che attraversa le epoche di transizione: il fascino discreto dell’apocalisse. Di fronte alle fratture della storia, all’incertezza del presente e alla stanchezza collettiva, l’idea della “fine del mondo” smette di sembrare una minaccia e inizia a configurarsi come una promessa di liberazione. È la tentazione del nulla, la resa al disordine e all’entropia. Certo, la fine cancellerebbe la sofferenza, ma al costo orribile e definitivo di estinguere l’incanto, la gioia e la capacità stessa della meraviglia.

Contro questa deriva serve una presenza, quella dell’Arte, fucina di speranza ancora intatta: è in ciò che consiste, oggi, il suo gesto rivoluzionario. Perché, se la fisica ci insegna che l’universo tende naturalmente verso il disordine, la creazione artistica funziona in senso esatto e contrario: è una forza anti-entropica. Fare arte significa prendere la materia grezza del mondo — il colore, la pietra, la parola — e darle una forma che resiste al tempo.

Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino descriveva la leggerezza non come superficialità, ma come un reagente contro la pesantezza del vivere: “L’arte è la ricerca di una forma che sia sottrazione di peso”. Contemplare un’opera significa rifiutare l’idea che tutto debba sgretolarsi. Significa affermare che la bellezza non è un orpello decorativo, ma un gesto di resistenza ontologica. E una questione di presenza.

Se l’artista lascia un’impronta fisica, una traccia del proprio passaggio che dice “io ci sono stato, ho provato questo”, l’osservatore incontra, proprio in quell’ “Io ci sono stato”, se stesso. Nell’andare verso l’artista, il contemplatore incontra il suo Io che prova ciò che l’artista ha provato: e non importa se i due dati non coincidono. Conta la direzione, conta l’aver scavato dentro di sé, conta lo sforzo di concepire in sé la visione che ha generato l’opera.

Lo suggeriva il filosofo Hans-Georg Gadamer in L’attualità del bello: l’arte non è una semplice evasione, ma una forma di “riconoscimento”. Nell’opera d’arte impariamo a conoscerci di nuovo. Il singolo scopre di non essere una monade isolata nel vuoto, ma il filo di un ordito più ampio: una storia, una civiltà, una memoria condivisa che attraversa i secoli e gli dà senso.

Se il mondo sembra scivolare verso il disincanto, la risposta non è allora l’attesa rassegnata della fine, ma la riscoperta dello sguardo. Imparare a vedere di nuovo significa proteggere ciò che merita di essere salvato.

L’arte è il promontorio da cui guardare la tempesta senza cedere alla paura, ricordandoci chi siamo e perché vale la pena restare umani.

E ora, un piccolo consiglio bibliografico: chi desidera intraprendere questo viaggio attraverso le immagini, le storie e i dettagli che curano lo sguardo, “Il mondo non merita la fine del mondo. Storie, arte e altri incanti” di Maria Vittoria Baravelli (Mondadori Electa / Rizzoli Illustrati) è una guida preziosa. Un volume illustrato che non è solo da sfogliare, ma da abitare: una mappa visiva ed emotiva per riscoprire la bellezza come la più alta forma di salvezza.

Dettagli dell’edizione

Il mondo non merita la fine del mondo. Storie, arte e altri incanti. Ediz. illustrata

Autore: Maria Vittoria Baravelli
Editore: Mondadori Electa
Collana: Rizzoli Illustrati
Anno edizione: 2024
Pagine: 224 p., ill. , Brossura
EAN: 9788891843784

N.B. L’immagine di copertina ha scopo puramente illustrativo: è una ricostruzione 3D creata per mostrare la resa del volume. Dettagli minori (come il dorso o la resa cromatica) potrebbero variare leggermente rispetto al libro cartaceo. Far fede alle specifiche dell’edizione.


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