Nel panorama contemporaneo, il Kitsch viene spesso liquidato come sinonimo di “cattivo gusto” o di indebitamente nostalgico. Tuttavia, scavando sotto la superficie patinata di oggetti luccicanti, monumenti celebrativi e slogan consolatori, emerge una realtà più insidiosa: il kitsch non è soltanto un fenomeno estetico, ma un vero e proprio dispositivo di potere.
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Gratificare l’utente con un senso di artisticità facile, immediata e rassicurante è un tentativo ben congegnato di piegare la coscienza collettiva agli interessi della propaganda, sia essa politica, religiosa o consumistica.
Ma facciamo un passo indietro. la nascita della parola kitsch affonda le radici nella Monaco di Baviera della seconda metà del XIX secolo, nel pieno fervore dell’arte borghese. Il termine deriva probabilmente dal verbo tedesco kitschen (che significa “ammassare”, “assemblare frettolosamente”) o, secondo un’altra teoria accreditata, da una storpiatura della parola inglese sketch (bozzetto).
All’epoca, i turisti anglosassoni in visita in Germania cercavano infatti schizzi rapidi ed economici da portare a casa come souvenir. I mercanti d’arte iniziarono quindi a produrre imitazioni dozzinali e veloci di opere d’arte per soddisfare questa domanda “a basso costo”.
Da termine gergale del mercato d’arte bavarese, il kitsch si è evoluto nel corso del Novecento in una categoria estetica e sociologica fondamentale, studiata da intellettuali del calibro di Hermann Broch, Clement Greenberg, Milan Kundera e, in Italia, da Gillo Dorfles. È diventato il sintomo di una modernità che ha scambiato la profondità dell’esperienza estetica con il consumo rapido di emozioni preconfezionate, manifestandosi soprattutto in tre grandi arene.
- La propaganda politica: i regimi totalitari del Novecento (nazismo e stalinismo) hanno elevato il kitsch monumentale a strumento di controllo di massa. Architetture faraoniche, parate oceaniche, statue giganti di leader benevoli o inflessibili servivano a sostituire la complessità della politica con un’estetica enfatica, patriottica e melodrammatica e a disinnescare la legittimità del dubbio.
- Il consumismo capitalistico: l’industria culturale sforna continuamente prodotti pensati per lanciare un falso messaggio di status o di calore umano. Esemplari le pubblicità che sfruttano emozioni primarie (famiglie perfette, sorrisi plastificati) per vendere beni superflui e trasformare il desiderio in un riflesso condizionato.
- Il kitsch religioso: santuari di massa e oggettistica devozionale seriale (Madonnine che si illuminano al buio, rosari fluorescenti) riducono il mistero spirituale a gadget, mercificando la fede per esentare il grande pubblico dal necessario sforzo interiore. O almeno per illuderlo che ciò sia possibile.
Proprio per quanto premesso, una delle domande più affascinanti e spinose sul kitsch è la seguente: in fin dei conti, non è il prezzo inevitabile da pagare alla democratizzazione del gusto estetico?
Con l’avvento della società di massa e l’alfabetizzazione diffusa, l’arte e la cultura hanno smesso di essere un privilegio esclusivo di poche élite aristocratiche. La democratizzazione ha aperto le porte del bello a milioni di persone, ma l’industria culturale ha spesso risposto a questa domanda offrendo comode scorciatoie. Il kitsch rappresenta proprio questo compromesso: l’illusione di possedere la cultura senza doverne affrontare la fatica critica.
Se da un lato la democratizzazione ha permesso a chiunque di godere dell’arte, dall’altro ha generato un mercato in cui il gradimento rischia di soffocare la ricerca autentica. Il kitsch, dunque, non è la democrazia in sé, ma il suo effetto collaterale tossico: la tentazione di offrire al popolo surrogati rassicuranti anziché strumenti di emancipazione intellettuale.
Per comprendere appieno come il kitsch sia diventato la cifratura estetica del nostro quotidiano, la lettura imprescindibile rimane l’opera seminale di Gillo Dorfles. Pubblicato per la prima volta nel 1968 e oggi riproposto da Bompiani nella prestigiosa collana Illustrati, Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto non è una semplice tassonomia degli orrori di stile, ma un’operazione sociologica, artistica ed epistemologica di primissimo ordine.
Dorfles scardina l’idea che il kitsch sia un banale errore di valutazione estetica: il kitsch non è semplicemente “brutta arte”, ma un’artefatta simulazione dell’arte. Funziona fornendo un’emozione “pronta all’uso” (pre-digested emotion), dove l’effetto o il sentimento vengono erogati senza che l’utente compia alcuno sforzo cognitivo o spirituale. Dorfles dimostra come il kitsch proliferi nei momenti di democratizzazione economica e industriale. Quando la riproducibilità tecnica incontra il desiderio di ascesa sociale, il cattivo gusto diventa la risposta di mercato alla sete di status: dalla copia in plastica dei grandi classici della scultura alle sinfonie usate come sottofondo pubblicitario.
L’idea regalo
La pubblicazione di questo volume ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel dibattito culturale. Prima di Dorfles, il “cattivo gusto” era relegato a fenomeno marginale; con questo libro è stato elevato a specchio fedele delle nevrosi e delle forme di alienazione della società neocapitalista, anticipando di decenni i Visual Studies e le riflessioni sul Postmoderno.
Un valore fondamentale di questa riedizione risiede nella straordinaria qualità editoriale della collana “Illustrati” di Bompiani, che si si distingue per un’attenzione quasi maniacale alla resa cromatica e alla qualità di stampa, elementi indispensabili per un volume che fa del linguaggio visivo il proprio perno d’indagine.
Il libro affianca ai saggi teorici un catalogo di centinaia di immagini a colori (dalle architetture ai souvenir, dai gadget religiosi alla pubblicità d’epoca), riprodotte su una carta di alto pregio che ne esalta dettagli e saturazione,
La veste grafica, la solidità della brossura e l’elegante impaginazione rendono questo volume non solo uno strumento di studio imprescindibile, ma anche un vero e proprio oggetto di design da biblioteca, perfettamente in linea con la tradizione dei grandi libri d’arte italiani.
Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto. Ediz. a colori
Autore: Gillo Dorfles
Editore: Bompiani
Collana: Illustrati
Anno edizione: 2023
Pagine: 320 p., ill., Brossura
Prezzo: 45,60 €
EAN: 9788830104198
Un capolavoro editoriale da sfogliare e studiare, fondamentale per chiunque desideri affine lo sguardo critico contro le trappole della persuasione estetica moderna.

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N.B. L’immagine di copertina ha scopo puramente illustrativo: è una ricostruzione 3D creata per mostrare la resa del volume. Dettagli minori (come il dorso o la resa cromatica) potrebbero variare leggermente rispetto al libro cartaceo. L’immagine del libro aperto non è tratta dal volume e ha solo la finalità di contribuire al contesto alla copertina. Far fede alle specifiche dell’edizione.